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Carnovali, Giovanni detto Piccio

Montegrino, 29 settembre 1804
Cremona, 15 luglio 1873

Le anime degli artisti sono sempre complesse, anche quando sembri che mettano tutto alla superficie; ma ci sono artisti privilegiati possessori di anime così profonde da essere inesplorabilí, a quel poco che di esse si può intravvedere, attraverso fuggevoli sprazzi di luce che dall’esterno guizzano verso l’interno abisso, rivela bellezze meravigliose simili a quelle delle grotte fatate che, pur avanzando verso il centro della terra, ospitano giardini paradisiaci, sempre soleggiati primaverilmente. Un’anima così l’ebbe il pittore Giovanni Carnevali detto il Piccio, nato nel 1804 a Montegrino sul Lago Maggiore e morto in Po a Cremona il 5 luglio 1873. Le profondità dell’anima sono poi tutte nella sua arte spontanea e divinatrice del futuro, che fu completa reazione ad ogni forma di accademismo del tempo in cui dovette svolgersi.
E per questo se l’arte sua ebbe dall’inizio ammiratori appassionati e fedeli, ai quali il tempo non fece e non fa che aggiungerne altri, conobbe però e conosce poveri denigratori che, impotenti a capirla, avrebbero voluto e vorrebbero cacciarla nell’oblio in cui, come luce, non poté e non potrà mai essere posta, neppure per un istante. I vani e pietosi conati non fanno che rendere sempre più visibile la reale gigantesca figura del Piccio. Per comprendere il segreto della sua arte è necessario partire da uno straziante episodio giovanile. Nel paese natio amò in segreto una giovinetta, e, fatto artista, dalle grandi città lombarde fece ritorno al suo nido per rivedere la giovane, e forse per aprire il proprio cuore sognando la perenne quiete famigliare.
Ma mentre entra in paese pensando dolcezze s’incontra in un funerale. È il funerale della giovane amata, sognata come compagna buona e ideale dell’esistenza. Il destino è beffardamente crudele con lui come con tutte le grandi anime. Egli ha un attimo di disperazione sulla fossa in cui è calato il feretro; poi si ritira quieto e silenzioso, ma per accendere perennemente nel profondo segreto della propria anima una luce che lo dovrà guidare per tutta la dolorosa vita. Durante tutta la sua non breve esistenza, vissuta da solitario, fra continui pellegrinaggi da casa a casa altrui, fra incomprensioni e privazioni, nessuno intuì il suo segreto; ma dopo la morte di lui si scoperse: quasi senza casa propria aveva sempre mantenuto affittato in Milano e, spesso senza mezzi, sempre aveva regolarmente pagato l’affitto, un bell’appartamentino arredato con ricercata eleganza, da lui non mai abitato, ma in cui aveva collocato, unico ospite, il ritratto della fanciulla segretamente amata. Quella fanciulla di cui non aveva goduto che il funebre apparato egli l’aveva convertita nella propria anima in beata Beatrice ideale, che fu la recondita ma sempre viva fiamma della sua arte personalissima.

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Egli trasse tutto e solo da sé. Nato in pieno accademismo in cui non c’era arte se non si imitava, istruito in Bergamo dal cremonese Giuseppe Diotti, il più freddo fra gli accademici, fin da giovinetto sfuggì alle regole, ed al maestro che gli attribuiva manchevolezze quando l’obbligava alla disciplina scolastica egli mostrava da un giorno all’altro, con atto d’ardire, di valere più di lui, celebrato, se poteva seguire l’impulso proprio interpretando solo il vero; e ancora al maestro che lo consigliava a non toccare oltre una testa dipinta perché riuscita perfetta rispondeva cancellandola subito per rifarla poi non soltanto formalmente perfetta ma anche intimamente ideale. Egli fin da giovane mostrò che non si poteva arrestare ad alcun limite, e, col tormento di tutti i veri grandi, varcò sempre i confini raggiunti per correre verso l’irraggiungibile.
La sua potenza ben la comprendevano gli artisti maggiori del suo tempo che lo ammiravano stupiti e perplessi. Un giorno l’Hayez, in compagnia d’altri artisti, vedendolo passare tutto solo, come sempre, per una via di Milano, esclamava: - Se egli lo volesse sarebbe superiore a tutti noi. - Se cioè egli, come gli altri, si fosse fermato al compiacimento del mestiere sarebbe stato il sommo riconosciuto fra i maggiori, ché infatti aveva una naturale facilità di perfezione tecnica e formale come nessun altro.
Ma egli, come Raffaello davanti al suo più divin quadro, si percuoteva la fronte insoddisfatto esclamando: Ah, se potessi realizzare l’idea di bellezza che ho qui dentro!
Per questo qualche critico vorrebbe togliere a lui ogni consistenza, per paragonarlo ad un eterno irrequieto incerto di sé. Ma il Piccio non si può collocare nella categoria dei Refrattari di Valles, egli che realmente ha dato vita ad un numero cospicuo di opere tutte potenti per pienezza di arte terribilmente personale. E se i suoi abbozzi e più i suoi schizzi sono in numero quasi sterminato significa soltanto che la sua anima era straordinariamente ricca di emotività e che la sua fantasia era rigurgitante di immagini che egli sentiva il bisogno di subito fissare sulla carta per poi scegliere il meglio più vicino all’ideale. E non fu così anche Leonardo? Che importa se anche i piccoli contemporanei di Leonardo non vedevano in lui se non l’uomo strano, inconcludente, il mago vagabondo? E nel Piccio c’è tant’anima di Leonardo, come ce n’è tanta di Correggio. Somiglianza di anima, intendo dire. E il fatto che in alcuni lavori del Piccio si vede l’amore cosciente pel Correggio non intacca la personalità dell’artista, ma serve invece proprio a fissarla maggiormente, poiché dimostra che in tempo di pieno accademismo artificioso il Piccio con indirizzo indipendentissimo si rivolgeva, come a fratello, al meno accademico ed al più spontaneo tra tutti i sommi pittori. E del resto il riflesso del Correggio non si vede affatto in nessuno dei ritratti del Piccio, che sono le sue vere opere, ma si vede soltanto nei soggetti di Madonna in cui egli, evidentemente, tentava di fissare l’ideale soavissimo, vaporoso e dorato di fanciulla, ch’era il segreto doloroso del suo cuore.
Appunto per questo tutte le sue madonne hanno la medesima impronta e tutte son rimaste vaporosamente incomplete. Ma fu ad esse che poi il Previati, ammiratore appassionato del Piccio come, del resto, tutti i colti artisti, si rivolse per creare le proprie madonne e per spiritualizzare la propria arte che parve di innovatore. Il Piccio era andato ben più innanzi, e di getto, mezzo secolo prima.

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Ma se in pieno accademismo neo-classico intravvide la pittura moderna e la sorpassò, non fu tuttavia anticipatore della scapigliatura lombarda. Il Piccio non fu quello che da molti si volle far credere attraverso leggende nate da esagerazioni di piccole cose e da incomprensione di abitudini d’uomo superiore.
A Cremona ci sono ancora persone che lo conobbero ed in varie famiglie è ancor vivo e presente il suo ricordo, ed attraverso a queste fonti dirette ho potuto formarmi un concetto ben diverso di quello che sul Piccio, purtroppo, s’è generalizzato. Egli non fu uno spensierato, ma un aristocratico nello spirito, nelle parole e nei tratti esteriori; fu un solitario che fuggiva ogni compagnia per essere sempre solo co’ suoi pensieri, e nessuno più di lui fu lontano dalla scapigliatura lombarda che s’incentra in Tranquillo Cremona. È destino delle anime troppo profonde, che sono costrette a rimanere chiuse in sé, il dover essere comprese a rovescio per l’altrui pochezza o banalità. Ma gli intimi giudicarono assai bene il Piccio. Un nobile amico suo di Cremona, che si cela sotto le iniziali G. V., appena dopo la sua morte scrisse una memoria commemorativa che è tutta un accorato inno all’uomo singolare d’indole “dolcissima”.
“La vita di quell’artista egregio, scrive, si compone di una leggenda poetica e singolare di casi, che simpaticamente lega i nostri cuori alla sua memoria incontaminata da vizii e splendente di virtù”. La sua vita passò “scongiurando sempre le burrasche delle passioni”, e nel mentre la scapigliatura si sprofondava nella licenza donnaiola “la donna per lui non era che un delicato soggetto di artistico sentimento, che lo ispirava a trovare purissime linee e soavi espressioni”. Ed al “genio artistico quell’uomo accoppiava una sì dolce soavità di costumi da essere anche in questo singolarmente distinto dalla massa degli uomini”. E “null’altro ei sentiva che la necessità di essere libero come l’aria, sia nell’arte sia nell’intimo di sua vita.
Ammirava una scuola ma non la seguiva: non isdegnava in altri gli usi sociali e le mode; ma egli serbava pur sempre le sue abitudini non comuni e la più completa indipendenza”. Per queste sue qualità di dolcezza, di onestà, di rispetto altrui e di sicuro contegno indipendente ebbe amici affezionatissimi e fu amato dalle famiglie più nobili e colte che a gara volevano ritratti da lui, tenendoselo ospite gratissimo in casa. Ed egli “non curando il plauso delle moltitudini si tenne contento dell’ammirazione dei suoi pochi amici”; e come pei veri grandi sicuri di sé “nella mente del Piccio non passava nessuna alta intenzione di gloria, e visse unicamente amico dell’arte per sé stessa, senza curarsi degli incensi che l’accompagnano”; e “più ancora fu sprezzatore dei comodi che l’arte avrebbe potuto procurargli”. Egli sentiva solo un bisogno, quello di andare sempre avanti, verso il meglio, verso la realizzazione concreta di un sogno supremo di arte.
Fuggiva ciò che non entrava nella sua ricerca, rifiutava di ritrarre persone con le quali non poteva immedesimarsi nello spirito da cui soltanto faceva scaturire l’arte, e distruggeva le opere che non potevano essere un passo nel suo cammino.
Ospite della famiglia Spini accese un rogo, e il servo accorso per tema d’incendio lo trovò “seduto tranquillamente dinanzi alle fiamme che consumavano le opere”.
Lavorò invece con perseverante soddisfazione nelle famiglie del cremonese Malossi, Turina, Visconti, Mariani in cui compì, fra molte opere, anche i1 ritratto del patriota Manfredo Mariani (nel Museo di Cremona) che strappò l’ammirazione dell’Hayez, e la famiglia Sanseverino che provvide con discretezza agli ultimi anni dell’artista.

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Una caratteristica del Piccio era anche la sua figura fisica, alta e magra ridottasi quasi a scheletro negli ultimi anni,coi capelli lunghi spioventi sulle spalle che formano il tipo popolarede’ suoi autoritratti. Ma i capelli lunghi li portò soltantonell’età avanzata, come è un po’ tendenza pigra di tutti i vecchi,ed a torto sono stati presi pure di mira per collocare il Piccio frai boemiens. Nella buona età egli fu sempre corretto earistocratico anche nell’abbigliamento della persona, come lomostra l’autoritratto che pubblico, esistente nel Museo Civico diCremona. La sua tipica figura di vecchio si vede nell’altro ritratto che pubblico, il quale non è un autoritratto, come fu battezzato a Milano dove venne esposto, ma un piccolo ricordodel pittore Francesco Corbari che volle, rappresentarlo sulle rive del Po, reggendosi sull’ombrello in cui, rovesciato e galleggiante deponeva gli abiti quando per lunghi chilometri s’abbandonava alla corrente. Ed anche questa consuetudine, che ai contemporanei parve solo stranezza, fu invece il proposito di una mirabile intuizione ragionata della sua mente colta e investigatrice.
L’amico suo scrive ancora: “La sua intelligenza non era soltanto intesa all’arte, ed allorquando l’udivamo in suo linguaggio espandersi in giudizi sulle cose e sui principi, mostrava il retto criterio e la rara facoltà intuitiva di cui natura l’aveva dotato”. E di salute cagionevole, intuî le virtù curative delle acque del Po calde pel sole, e ogni anno, regolarmente, nella buona stagione, cercava in esse, e l’otteneva, la salute che gli permetteva di vivere ancora e di lavorare. Antivedendo, praticò quel metodo curativo che soltanto oggi è attuato nelle Colonie Padane di Cremona e che ridà salute a centinaia di bambini sofferenti. Ma il Piccio che doveva abbandonarsi tutto solo al Po presentiva anche che l’abbandono gli sarebbe stato fatale, e agli amici cremonesi spesso ripeteva: “Io morirò in Po, morirò in Po”!
E il Po che gli prolungava l’esistenza per l’arte, il Po di cui il Piccio amava pure le immense silenziose solitudini, in cuilo spirito suo poteva spandersi sognando infinitamente, quando il compito fu compiuto lo assorbì in sé, forse senza dargliene coscienza, senza procurargli dolore. E forse di lui non sarebbe più rimasta nessuna traccia, come incielato, se il cuore ansioso e veggente degli amici non lo avesse ritrovato lontano lontano, riscavando una fossa anonima aperta quasi sulla riva del fiume, qualche giorno prima, da alcuni contadini pietosi. Egli scomparve come in un sogno doloroso, come tutto è dolcemente ma profondamente doloroso nella sua vita.

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Anche la sua arte subì la stessa fatalità dolorosa, poiché le opere maggiori, specie quelle mitologiche, che meglio avrebbero testimoniato del suo genio completo, furono scientemente distrutte da altri. L’amico biografo esclama accorato: “Strana combinazione che un artista quale era il Piccio, già per se stesso poco curante della sua fama artistica, trovasse ad ogni piè sospinto vandalici distruttori delle sue opere!”
Ma aggiunge: “Non credo che la perdita di quelle dipinture possa decidere della oscurità del suo nome, dappoichè i lavori che ha lasciato il Piccio sono sufficienti a chiarirlo distintissimo. E basterebbe che uno dei suoi migliori ritratti venisse donato alla Galleria di Firenze, per mandare alla posterità il nome di lui”.
Basterebbe infatti o il ritratto dell’incisore Beltrami o quello di sua moglie o quello del Mariani, esistenti nel Museo di Cremona, per collocare il Piccio fra i maggiori artisti di tutti i tempi che amarono il ritratto, da Antonello a Moroni a Ghislandi. Purtroppo la smania di inconsiderati ammiratori, forse speculatori, congiura anche ora contro la sua fama e in misere esposizioni si collocano sotto il suo nome opere mediocri di altri e specialmente del cremonese Corbari; e taccio che in quasi tutte le case dove c’è qualche ritratto della metà dell’800 si giura che è del Piccio della prima maniera, fatto proprio in casa o pel nonno o pel parente tale o tal altro. Buffonerie per non dir altro.
Le opere vere del Piccio sono inequivocabili, quantunque egli stesso fosse scettico sul giudizio dei critici futuri. Negli ultimi giorni, quando stentatamente dipingeva il suo ultimo autoritratto, volgendosi all’amico Corbari che gli era vicino esclamava: “Non ci vedo più, ma perché questo lavoro lo compio senza vederci quelli che verranno diranno che è il mio capolavoro. Tienlo tu”. Ma non immaginò che anche le stentate e meschine opere del Corbari potessero essergli attribuite per onorarlo o per sfruttare la sua fama crescente.* * *L’arte del Piccio, invece, complicatissima nella sua apparente estrema semplicità, è inìmitabile. Sorretta da un disegno come non ebbe nessuno dei “sommi” di quel tempo, che traspare sempre col tratto della matita da sotto la tenuità del colore, la sua pittura possiede la sicurezza della vita che crea. Si riscontra ne’ suoi quadri la stessa suprema padronanza espressa con un nulla che ci rende estatici davanti alla Madonna della seggiola di Raffaello. E le tinte d’ombra, poi, diventano diafane come l’aria vera, rese ancor più trasparenti da tocchi di manico di pennello che sono una sua esclusiva trovata. Nulla è tormentato, tutto è immediatamente reso con mezzi che sembrano sprezzature e che sono invece calcolatissime trovate tecniche le quali architettano la stessa essenza del quadro, cosicché anche il più abile imitatore deve arrestarsi davanti a mezzi, che non sono tali ma essenze, che richiederebbero la stessa anima del Piccio. Anche il colore è profondamente tutto suo. Venne accusato di non sentire il colore, ma egli evita scientemente il “colore” dei coloristi per cercarne uno più vicino al mistero della natura. Egli vide che, evitando i colori artificiali sgargianti che di solito sono dati dalle stoffe, in natura ogni colore non ha un tono assolutamente definito, ma tutti i colori si compenetrano a vicenda con passaggi inafferrabili che sono dati dal mezzo dell’aria e più dall’unica origine che è l’unità della natura, cosicché ricercò e volle questo effetto che è proprio quello genuino della vita. Gli osservatori grossolani possono chiamarlo assenza di colore, ma i veri coloristi sanno quanto sia colore sapiente e difficìle, perché le tonalità devono emergere da una delicatissima fusione di grigi avidi di assorbire. È il colorista degli occhi più aristocratici e delle anime più sensitive, il colorito cioè di profondità.
E tutta questa profondità di disegno, di tecnica, di colorito fa sì che davanti ad un quadro del Piccio tanto più si ammira quanto più si guarda penetrando. Anche davanti a quadri di sommi vien sempre quel momento in cui la contemplazione diviene satura perché il dipinto non ha più nulla da dire: ben pochi quadri sfuggono a questa legge e fra i pochi, direi, ce ne sono molti del Piccio. Davanti a certi suoi ritratti si prova infine la raccapricciante sensazione the il Poe descrive nel Ritratto ovale quando s’accorge che il pittore ha condensata nel quadro tutta la vita del modello che venne a mancare, assorbito, a quadro finito. È la facoltà misteriosa e divina dell’artista vero che assorbe la vita e la comunica; facoltà che Dio dà solo a’ suoi eletti facendola peró loro pesare dolorosamente con la incomprensione dei diseredati. Se c’è un artista a cui il Píccio si possa spiritualmente paragonare è l’inglese Turner, vissuto quasi nel medesimo tempo, quantunque, per strana inversione di natura, il Piccio sia un velato nordico e il Turner un soleggiato italiano. Anche il Turner moltiplicava gli schizzi e si abbandonava a pieno vagabondaggio con lunghe passeggiate perché, diceva, “sono il mezzo migliore per imparare a dipingere”; anche il Turner venne deriso per trascuratezza di forme, accusato di non aver mai imparato l’impasto dei colori, ritenuto strambo e pazzoide; anche il Turner non creò una scuola e profondo e originale rimase e rimane solo: tuttavia la generazione che gli seguì comprese che egli fu il solo e grande artista del suo tempo. Ma questa giustizia piena non è ancora venuta pel Piccio, quantunque gli sia dovuta e non ostante sia incominciata.
È dovere italiano il contribuire a compierla, come è dolce nostalgia del divino rievocare la vita poeticamente dolorosa di un grande artista che, innanzi tutto, fu uomo di virtù chiarissime.

Illemo Camelli – Il pittore Giovanni Carnevali detto Piccio
estratto da Faro - Rivista quindicinale di coltura d’avanguardia - n. 13

 
 

Questo non è un articolo critico, e neanche commemorativo. Se mai, commemora una commozione lontanache, via via lungo gli anni, s’è venuta tramutando in una profonda persuasione, in una certezza spirituale e intellettuale; commemora una scoperta della mia adolescenza, quando non passava giorno che alla nostra inquieta e appassionata curiosità non fosse offerta l’emozione dell’incontro di un nuovo poeta.
Quell’estate è rimasta nei miei ricordi come la più intensa appunto per tre scoperte: le poesie di Poe, trovate col povero Nino Petteni (spentosi due mesi or sono nella sua casa sui Torni, dopo aver scritto l’ultima pagina della Storia della musica a Bergamo); e le musiche di Grieg; e la pittura del Piccio.
Forse, venti anni or sono. Ma le date non contano. Appena finite le scuole, mi ero precipitato nella mia Bonate Sotto, che era il regno della mia più felice libertà. Un paesello nascosto dietro fitte cortine di granturco e vigilato da sterminati filari di gelsi. Le Prealpi Orobiche chiudono un arco del suo orizzonte; e a un chilometro e mezzo dalla chiesa, sotto il solitario cimitero di Santa Giulia, dove tutti i miei vecchi riposano, passa il Brembo colle sue acque limpide e tranquille.
Del Piccio avevo sentito, qualche volta, raccontare, in casa, aneddoti curiosi, confinanti colle favole. Diceva mio padre di ricordarselo ancora, alto, magro, tutto chiuso in una specie di lunga gabbana nera, la barbaccia arruffata e una chitarra a tracolla. Restava a Bonate, in casa dei signori Farina, per delle intere settimane, lavorando senza posa dall’alba al tramonto: e al tramonto usciva, colla sua chitarra, e prendeva la strada del fiume. Ma prima di giungere al fiume, si fermava davanti a Santa Giulia: e strappava una serenata ai morti dalle corde del suo strumento. I ragazzi gli tenevano dietro, a una prudente distanza perché con quella barbaccia e quella palandrana nera c’era da fidarsi sì e no; e gli gridavano allegre ingiurie.
Qualcuno, forse, arrischiava una sassata. Ma il Piccio imperturbabile seguitava la sua strada, e si perdeva nei fitti robineti. Pare che una notte di plenilunio, accoccolato davanti al cancello del cimitero, sonasse e cantasse un’ora intera, terrorizzando mezzo il paese che finiva per crederlo un cugino del Demonio. Poi, dopo queste settimane di lavoro e di vagabondaggio pei boschi, spariva improvvisamente. E il suo ospite mecenate, il signor Daniele Farina, durava fatica a rintracciarlo. Di solito lo trovava in uno dei due o tre quartierini che teneva a Milano, serrato dentro a chiave, sordo a tutte le chiamate, perduto nel suo lavoro. Erano quelli i periodi nei quali non mangiava che frutta. Un cesto di cotogne gli bastava per delle settimane intere.
Ma una volta scomparve per non ritornare mai più. Lo cercò, il signor Farina: lo cercarono gli amici, con un’ansia che si faceva sempre più acuta. Un giorno, vicino a Cremona, le acque del Po spinsero a riva un corpo gonfio e livido, con una barbaccia brizzolata intorno al viso irriconoscibile. Era il povero Piccio...
Questa, press’a poco, la favola che sentivo raccontare da mio padre, in certe sere d’inverno quando il troppo freddo e la neve non gli consentivano di uscire. E non m’interessava sapere fin dove essa coincidesse colla verità. Ma d’estate, lungo il Brembo, nei robineti di Santa Giulia, per i sentieri di campo che si irradiavano intorno al paese, andavo cercando, colla fantasia, le traccie di quel beato vagabondo che, pieno il cuore di bellezza, colla chitarra a tracolla, errava, nel verde, sotto il bel cielo lombardo, forse ansioso di strappare alla natura i divini segreti del colore.
Io non sapevo allora di pittura, oltre una generica ammirazione scolastica per i Grandi del Cinquecento, se non quello che a dieci anni mi aveva insegnato uno studente dell’Istituto tecnico che dipingeva cartoline illustrate per un cartolaio di Bergamo, e quello che a dodici anni avevo imparato da un pittore della mia città che aveva giurato di portarmi in sei mesi fino al punto di ritrarre dal vero «quasi come un fotografo» la mia buona mamma. Un professore ci aveva anche guidato, un giorno, noi della terza ginnasio, in una minuziosa visita per le sale dell’Accademia Carrara: ma l’unica viva e commossa immagine che m’ero portato a casa era stata quella del tondo e morbido seno d’una martire ignuda. Con siffatta preparazione, era logico che io mi accontentassi di voler bene alla romantica figura del Piccio, che sognavo talvolta di vedere campeggiare, come uno spaventapasseri gigantesco sull’orizzonte azzurro, in fondo a un viottolo scavato fra i granturchi; ed era altrettanto logico che nessuna curiosità mi pungesse di conoscere la sua pittura. Nel mio animo, nella mia fantasia di ragazzo, l’argomento «Piccio» si esauriva tutto nella romanzesca suggestione della semifiaba che m’aveva raccontato mio padre.
Ma quell’estate era la stagione delle scoperte: dopo il Poe e il Grieg, il Piccio. A Bonate salutavo sempre con una soggezione rispettosa il signor sindaco: un bel vecchio dai baffi bianchi e con una piccola mosca candida sul mento. Era, press’a poco, l’unica persona che mi incutesse non so qual senso di venerazione. A ripensarci adesso, mi pare che fosse la personificazione del «gentiluomo di campagna», del «sindaco del paese». Severo, quasi arcigno, sempre vestito di nero, dava del tu a tutti, a incominciare dal segretario comunale, vecchio e autorevole quanto lui. E tutte le sere, il signor sindaco veniva all’Osteria Rigamonti, dove si trovava coi pochi signori del paese, a giocarvi, a un tavolo posto proprio sulla porta per godervi in fresco della sera, una solenne partita a terziglio irrorata da un quintino.
L’unico dispiacere che lo aspettava era il furibondo andirivieni di sei o sette ragazzi che, proprietari di una bicicletta, non si peritavano di passare e ripassare davanti alla spalancata porta dell’osteria, magari a venti all’ora, premendo disperatamente lo stridulo campanellino fissato sul manubrio e sollevando un polverone che, a quei tempi così poveri di automobili, pareva addirittura una sconcia nuvolaglia. Inutile precisare che fra quei sei o sette screanzati c’ero anch’io... E forse il fatto ch’io fossi il figliolo del «signor professore», indusse un giorno il bel vecchio a fermarmi con piglio risoluto.
Io ero a piedi e filavo in fretta verso casa, reduce da una delle mie solite scorribande sul fiume. Il signor sindaco camminava sulla banchina dello stradale, lento lento, appoggiandosi a una canna dal pomo d’oro. Si fermò, mi puntò contro il bastone, burbero burbero, e, mentre io ero rimasto col berretto in mano, tutto stupito e piuttosto terrorizzato, così mi apostrofò: - Un ragazzo come te, bene educato, che sa di greco e di latino, non può e non deve commettere certe stupidaggini.
Intanto, e lo devi sapere, dopo le otto di sera, se si va in giro in bicicletta - e io mi domando che gusto ci si può trovare - bisogna avere il fanale. E poi, perché passar sempre davanti al Rigamonti? Non sapete che ci sono io e ci sono tutti i signori del paese?... Vuoi proprio che ti faccia fermare dal «guardia»? Fu proprio in quel momento - ed io mi sentivo le guancie in fiamma e un prepotente desiderio di darmela a gambe - che un improvviso pensiero mi traversò il cuore, come una folgore.
Il «signor sindaco» era il figlio primogenito del mecenate del Piccio: ne aveva ereditato tutti i quadri: chissà quanti ricordi doveva conservare gelosamente del grande e romantico pittore...
Sentii il rossore dileguare dal mio viso; mi cacciai il berretto in una tasca dei calzoni, e, audacemente, risposi. - Signor Achille, le giuro che non passerò più in bicicletta davanti al Rigamonti; e non passeranno nemmeno i miei compagni: glielo garantisco. Ma io le domando una grazia: mi faccia vedere i suoi quadri, i quadri del Piccio. So che ne ha tanti. Il mio papà mi ha detto che il Piccio è stato per tanto tempo in casa loro... Mi accontenti signor Achille!
Il signor Achille aveva abbassato piano piano il suo bastone, e mi guardava stupito. Ma dovette indovinar la mia ansia, perché un brevissimo sorriso gli illuminò la burbera faccia e gli suggerì queste parole, che mi parvero, in quel momento, un dono inestimabile: - Vieni a casa mia domani alle due... Vedremo.
L’indomani alle due, col cuore in gola per la trepida ansia, entravo in casa Farina.
Sempre con le finestre chiuse, quasi al limite di una viuzza sassosa, separata dallo stradale da un gran brolo cintato, quella casa aveva un aspetto melanconico e severo al tempo stesso. Dentro, quell’impressione era anche più giustificata da un cortiletto ombroso, pieno di rampicanti, e da un portico silenzioso. Nell’alta pace del pomeriggio estivo non si udivano che il canto delle cicale e lo sgocciolio d’una fontanella invisibile.
Il signor Achille mi venne incontro, mi strinse la mano, senza dirmi una parola, aprì una porta, si avviò. Io gli tenni dietro, sempre un po’ intimorito. La casa pareva disabitata. Mi aspettavo di vedere uscire da qualche angolo, da un momento all’altro, la lunga, allampanata ombra del Piccio. Attraversammo un corridoio, delle stanze vuote: finché il signor Achille, aperta una porta, disse: - Ecco. È qui.
Ma le finestre erano chiuse: e non vedevo che delle macchie quadrate lungo le pareti. Quando le finestre furono spalancate, e guardai, e vidi, restai cogli occhi incantati sull’Autoritratto. In pieno sole, sulla parete centrale, in mezzo ad altri ritratti che mi parvero spenti, quella bella testa splendeva, dagli occhi e dalla fronte, d’una luce indicibile.
Sentii confusamente che il Pittore s’era confessato, su quella tela, con una pienezza di mezzi e un abbandono spirituale irresistibili. Ebbi in quel momento la sensazione che la pittura poteva toccare, come la musica, il limite dell’inesprimibile.
Forse l’acuta emozione dovette in qualche modo apparirmi sul viso, perché il signor Achille mi posò una mano sulla spalla, e mi disse: - Sai? Il Ministero della Pubblica Istruzione voleva a tutti i costi comperare questo quadro. E mi fece offrire prima quattrocento, poi cinquecento lire... Non capiscono niente!...
- Ma lei lo venderebbe? - proruppi sbigottito.
- Neanche per un milione.
Poi mi condusse davanti alla grande tela dell’Agar. Era appesa in fondo a un lungo corridoio: davanti, a due metri di distanza, era teso un cordone di velluto rosso: e dall’alto pendeva una lucernetta ad olio in ferro battuto. La fiammella pareva respirare appena, nella luce del sole.
- E questo - mi spiegava il signor Achille - pare che sia il suo capolavoro. Mio padre ci teneva sempre accesa una lampada. Faccio lo stesso anch’io. Ma, forse, il quadro non era finito, quando il Piccio lo smise. Lo aveva dipinto per la cattedrale di Alzano Maggiore. Trovarono che Agar era troppo viva e moderna, per un soggetto biblico. E allora lo comperò mio padre… Io non me ne intendo; ma mi pare che fra l’Autoritratto e questa Agar ci sia da mangiare in insalata quasi tutta la pittura del secolo scorso...
Un’ora dopo ero in istrada, solo, sotto il sole bianchissimo, in mezzo allo stridio infinito delle cicale. Andavo verso Santa Giulia, sicuro di trovar la pietra dove il gran Piccio s’era seduto, quella notte di plenilunio, a far la serenata ai morti. Avevo visto, in quell’ora, moltissimi quadri e disegni di lui; ma erano già tutti tramontati dalla mia memoria, perché nel cuore gonfio di commozione avevo solamente quel suo Autoritratto potente e luminoso, quei suoi occhi profondi e suggestivi, pieni di cielo e pieni di mistero...

Gino Cornali
L’Ambrosiano
, 18 luglio 1930


[Enrico Fuselli]